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CAGLIARI SOTTERRANEA

 

Il sottosuolo dell’area urbana di Cagliari è stato interessato da un’intensa attività di estrazione e utilizzo della pietra calcarea, costituente predominante della maggior parte delle colline cagliaritane.

Ciò ha fatto sì che si sviluppasse un capillare sistema ipogeo conservatosi fino ad oggi.

I punici furono i primi ad utilizzare la roccia della parte alta della città, come testimoniano le numerose cave, e dopo di loro i romani che oltre ad estrarre blocchi di pietra per la costruzione dei loro edifici, trasformarono successivamente molte di queste cave in un vasto sistema di raccolta delle acque piovane.

Uno degli esempi più interessanti di riutilizzo di una cavità ipogea, per la raccolta delle acque piovane, è quella del grande Cisternone costruito in vicinanza del più importante edificio storico di epoca romana: l’Anfiteatro di Cagliari. Nei mesi invernali, infatti, la pioggia defluiva dalle gradinate dell’Anfiteatro e, attraverso un condotto lungo più di 95 m veniva raccolta all’interno di questo grande Cisternone, capace di contenere quasi  9.000 m3 d’acqua.

All’interno di questo immenso ambiente sono facilmente riconoscibili diverse fasi del suo utilizzo: nato come cava, come indicano numerosi blocchi ancora in parte da asportare, venne successivamente trasformato in cisterna.

Una volta dismessa la funzione di utilizzo come cisterna, probabilmente a causa di crolli dal soffitto, questo grande ambiente sotterraneo venne probabilmente riadattato dai romani in carcere.

Ad avallare questa iposei è stata la scoperta nel 1997, su una parete del Cisternone, di un graffito paleocristiano raffigurante la Navicula Petri, la nave della Chiesa. Il suo autore va probabilmente individuato in un martire sconosciuto e detenuto in attesa di essere ucciso nei giochi dell’Anfiteatro, attorno ai primi anni del IV secolo d.C.

Il Cisternone sarà riutilizzato intorno alla metà del 1600. È noto che il padre cappuccino Giorgio Aleo, autore di una famosa “Storia Cronologica di Sardegna”, riferisce di una notizia relativa alla pestilenza cagliaritana del 1656, che probabilmente ha interessato il Cisternone. L’Aleo scrive infatti che negli ultimi giorni di maggio del 1656 la mortalità a Cagliari era diventata così elevata, che non vi erano “fossori” a sufficienza per seppellire i morti. Di fronte al crescente numero di cadaveri insepolti il magistrato di sanità decise allora di far “tumulare” i morti in pozzi e cisterne: ed i morti del quartiere di Castello finirono “in un antico Cisternone” situato nelle vicinanze dell’Anfiteatro romano.

Altro esempio di riutilizzo di un ambiente ipogeo è la cavità di via Vittorio Veneto, nota anche con il nome della “Cavità delle 5 colonne”. Di forma irregolare, la cavità ha un perimetro di circa 150 m ed uno sviluppo interno di circa 600 m². All’interno della cavità, realizzata inizialmente per attività di cava, furono risparmiati, in fase di scavo nella roccia, cinque tozzi pilastri a base quadrata al fine di conferire solidità alla volta ed evitare crolli. Cessata l’attività di cava seguì forse quella di utilizzo della cavità come serbatoio d’acqua. Tale utilizzo, a giudizio del canonico Giovanni Spano, sarebbe iniziato in epoca cartaginese e proseguito in epoca romana.

Durante l’alto medioevo qualche comunità monastica, probabilmente basiliana, si insediò nella cavità, come era già avvenuto nella cripta di Santa Restituta a Stampace, ed in altre cavità presenti nel sottosuolo urbano di Cagliari, come la grotta di San Guglielmo, gli ambienti sotterranei dell’Anfiteatro o la necropoli di Tuvixeddu.

Pur in assenza di qualsiasi indagine archeologica, le tracce di pancali in pietra ed arcosoli alle pareti ci portano ad ipotizzare la loro presenza.

Durante la Seconda Guerra Mondiale la cavità venne riadattata a rifugio anti-aereo e successivamente, come gran parte degli ipogei presenti in zona, venne abitata per lungo tempo dagli sfollati anche a guerra finita, quando più della metà delle case di Cagliari erano ancora distrutte.

Un altro interessante esempio di riutilizzo di un sito ipogeo è la galleria rifugio di via Don Bosco. Questa lunga galleria non nacque come rifugio di guerra durante la Seconda Guerra Mondiale, ma si presume facesse parte di una articolata serie di percorsi sotterranei ancora esistenti, con analoghe dimensioni e caratteristiche di scavo, distribuiti lungo tutto il versante nord della città, dai bastioni di Buoncammino sino all’area del ex mercato di via Pola, e che furono probabilmente realizzati dai Piemontesi, all’esterno delle mura, intorno al 1700 per scopi militari: forse come vie di fuga o gallerie di contromina.

Buona parte di questa preesistente rete di gallerie fu velocemente riadattata, agli inizi del secondo conflitto mondiale, come rifugio per la popolazione civile, compresa la galleria rifugio di via Don Bosco.

La galleria assolse egregiamente il suo compito e, a memoria degli abitanti del quartiere, alcune famiglie avevano addirittura attrezzato spazi per farne un uso abitativo temporaneo. Alla fine della guerra la galleria venne dimenticata, ed i vari ingressi, compreso quello principale su via Don Bosco, furono murati. Ciò ha consentito di farla pervenire quasi integra fino ai giorni nostri.

Purtroppo uno sfruttamento industriale, sia del sottosuolo che del soprasuolo, avvenuto nel secolo scorso, con la nascita intorno agli anni ‘20 della fabbrica Italcementi, ha cancellato per sempre molti ambienti ipogei presenti in città. Alcune colline di Cagliari, tra cui la nota necropoli fenicio-punica di Tuvixeddu, furono quasi rase al suolo per estrarre la pietra calcarea essenziale per la produzione della calce - cemento. Soltanto alla fine degli anni ’70 l’industria ha cessato sia l’attività estrattiva che produttiva. Alla chiusura della fabbrica non è seguito un serio intervento di risanamento ambientale e le aree degradate, compresa l’importante area archeologica di Tuvixeddu, sono state completamente abbandonate.

Fortunatamente verso la fine degli anni novanta, un gruppo di giovani speleologi, animati dall’entusiasmo per le prime esperienze di esplorazione del sottosuolo cagliaritano, si rendono protagonisti di un progetto per il recupero e la fruizione delle ricchezze sotterranee della città. Luoghi degradati e compromessi vengono rivalorizzati grazie ad un’iniziativa culturale promossa da un gruppo di volontari che vede la luce nel 1997: “Cagliari Monumenti Aperti”, e che si avvale in larga misura del lavoro volontario e della collaborazione di alcuni Gruppi speleologici presenti in città.

 

 

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